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    Giovedì, 01 Ottobre 2020 08:59

    Il mercato globale si affronta uniti

    L'esportatore Angelo Di Palma analizza la stagione 2020 per le uve precoci. L'imprenditore auspica che il settore riesca a far fronte comune per posizionarsi sempre più efficacemente nei mercati internazionali.

    La stagione 2020 per le uve precoci volge al termine. In generale, dal punto di vista del mercato, l’annata appena trascorsa è stata altalenante.

    A offrire una panoramica più dettagliata dell’andamento commerciale della stagione, l’esportatore conversanese Angelo Di Palma. Classe 1993, il giovane imprenditore è il legale rappresentante della “Fruits Land SS Soc. Agr”. L’impresa pugliese, che si estende su una superficie di più di 300 ettari, è nata come azienda agricola, per poi dedicarsi anche alla commercializzazione.

    Fruits Land ha inoltre siglato accordi di licenza con i più importanti breeder internazionali, quali SNFL e IFG, puntando sulle varietà seedless e su due varietà nere (con seme) dalle distintive qualità organolettiche. Inoltre, produce anche cultivar non brevettate.

     

    Quali varietà commercializzate e in quali Paesi?
    In questo periodo, MelanieTM️ e Sugar crispTM️ (bianche), TimcoTM️ e AllisonTM️ (rosse), MelodyTM️ (nera); ad inizio stagione invece: Superior Seedless® Sugraone, TimpsonTM️ e Sweet CelebrationTM️, la cui commercializzazione si protrae comunque sino ad un'epoca media. Da un punto di vista commerciale si sta registrando, purtroppo, un’apertura significativa da parte dei diversi breeder internazionali (californiani e spagnoli) nel concedere i diritti di produzione delle loro uve anche a Paesi come Grecia ed Egitto. Considerando che la Spagna produce queste varietà da molto più tempo di noi, se anche altri nostri competitor dovessero cominciare a commercializzare le nuove cultivar brevettate, noi produttori italiani dovremmo correre ai ripari. Fruits Land spedisce uva in tutta Europa. Quest’anno, in particolare, abbiamo registrato una crescita della domanda di apirene nel mercato francese. Un dato interessante, se si considera che i nostri cugini d'oltralpe storicamente sono affezionati alle uve con semi e sono sempre stati scettici nei confronti delle seedless. Anche il nostro mercato interno, sebbene non abbia ancora registrato un cambio drastico dei consumi, quest’anno risulta più reattivo con una maggiore domanda di seedless.

     

    Continuando a parlare di varietà, quali sono quelle più richieste dal mercato?
    Da diversi anni ormai il mercato richiede sempre più seedless. Quest’anno, tuttavia, si stanno vendendo anche varietà con seme. A tal proposito, dal punto di vista commerciale, credo che un ragionamento dal quale ormai non si possa prescindere è quello di considerare il mercato, in generale, e quello di uva da tavola, in particolare, come mercato globale. È quindi fondamentale avere una rendicontazione dei volumi prodotti di anno in anno nei nostri areali, ma anche considerare i volumi ottenuti dai nostri competitor (Egitto, Spagna, Grecia, Brasile e a breve anche la Turchia). Occorre fare fronte comune come sistema Italia. Dovremmo smetterla di percepire come competitor tutte le altre aziende italiane diverse dalla nostra e comprendere che oggi il mercato si gioca su scala globale. Dal mio punto di vista di produttore, prima ancora che di esportatore, è importante sottolineare un altro aspetto: produrre è ormai diventato complesso. I fenomeni climatici avversi che si verificano sono sempre più frequenti e soprattutto imprevedibili. A questo si associa, inoltre, una discordanza tra i disciplinari richiesti dalla Grande Distribuzione e il disciplinare regionale. Mentre quest’ultimo si basa sul principio della rotazione dei meccanismi di azione dei principi attivi. I disciplinari stilati dalla GDO prevedono la presenza di massimo 3 - 5 principi attivi. Peraltro, richiede anche un determinato LMR (Limite Massimo di Residuo), che di solito tende ad essere inferiore di 1/3 rispetto al limite previsto per legge, associato a un determinato ARfD (Acute Reference Dose). Oggi per produrre è dunque indispensabile contare sul supporto di tecnici e agronomi capaci di impostare una strategia agronomica efficace. Partendo sicuramente dal rispetto dei disciplinari della GDO, perché ormai il prodotto viene canalizzato quasi esclusivamente sulla grande distribuzione e se le analisi non dovessero essere conformi, non potremo commercializzare la nostra uva, anche se di qualità eccellente.

    La stagione delle uve precoci è terminata. Come può dirsi il bilancio?
    L’inizio della stagione commerciale è stato abbastanza sottotono, soprattutto a causa della persistenza di merce egiziana sul mercato europeo, con varietà sia rosse che bianche, ben al di fuori delle consuete finestre di mercato. Questo è stato sicuramente un aspetto che ci ha posti in una situazione di svantaggio, perché l’uva egiziana è giunta in Europa proprio agli albori della stagione commerciale italiana. Periodo durante il quale i nostri produttori riescono a spuntare i prezzi più interessanti. La merce egiziana ha sbaragliato il mercato immettendo uva a prezzi notevolmente più bassi, perché prodotta con costi di produzione inferiori rispetto ai nostri. Non solo: anche la Spagna quest’anno ha anticipato l’ingresso sul mercato. A differenza di quella egiziana, però, la campagna spagnola coincide quasi del tutto con la nostra, pertanto la merce iberica è presente per gran parte della nostra finestra di mercato. In definitiva, l’eccessivo protrarsi della campagna egiziana sui mercati europei, e in particolare sul mercato inglese, unito all’ingresso precoce del prodotto spagnolo, hanno sicuramente determinato un inizio di stagione commerciale non spumeggiante, soprattutto se associato ad una richiesta non esaltante.

     

    Cosa si può dire delle fasi successive?
    Nel mese di agosto la situazione è un po’ cambiata: si è infatti registrata una crescita della domanda, stimolata sicuramente dalla qualità del prodotto che siamo riusciti ad offrire quest’anno. Parliamo di una qualità veramente molto elevata, apprezzabile sia in termini organolettici che di calibro. Senza dubbio questa componente, associata alle continue promozioni della Grande Distribuzione, ha contribuito ad una crescita significativa della domanda del prodotto italiano. A settembre, come di consueto, il nostro principale competitor è la Grecia. Soprattutto per le varietà a bacca bianca, l’areale greco si distingue infatti per un’importantissima produzione di uva bianca ed in modo particolare per la coltivazione della Thompson. Cultivar quest’ultima, che sebbene sia considerata obsoleta per i nostri areali, in Grecia è ancora prodotta con buoni standard qualitativi. In generale, quindi, il mese di settembre si presenta complicato per l’export italiano, visti i bassi costi di produzione del prodotto greco.

     

    Quali potrebbero essere le finestre di mercato migliori per il prodotto Made in Italy?
    Generalmente la finestra precoce è interessante. Quest’anno, invece, – per i motivi analizzati in precedenza – non è stato così. In ogni caso, la nostra finestra di mercato migliore rimane a fine stagione, quindi i mesi di ottobre e novembre. Quello è infatti il periodo in cui calano drasticamente i volumi di prodotto greco e spagnolo, soprattutto in termini di uve bianche. Diverso il discorso per le cultivar a bacca rossa, per le quali si segnala comunque la concorrenza spagnola nel mese di ottobre e in parte di quello di novembre. Tuttavia, per l’anno in corso, si deve evidenziare una criticità di fondo anche per questa finestra di mercato. Tutte le varietà, in particolare le bianche, hanno mostrato una maturazione, con quasi 20 giorni di anticipo.



    Parlando di prezzi, invece, che trend si è registrato?
    Sostanzialmente abbiamo registrato prezzi non rispondenti a quella che è stata la qualità in campo. Se dobbiamo fare un discorso commerciale dobbiamo considerare che l’Europa è il principale – forse l’unico – mercato di riferimento per le uve italiane. L’Italia paga caro la mancanza di protocolli per l’export in Paesi al di fuori dell’UE. Al contrario, la Spagna è riuscita recentemente a chiudere accordi commerciali con Cina e Vietnam, consentendo così all’uva da tavola iberica di giungere sui mercati asiatici. Noi ancora non ci siamo riusciti. Gli esportatori spagnoli, tra l’altro, riescono generalmente a spuntare dei prezzi superiori ai nostri, in quanto hanno un sistema di offerta completamente differente rispetto a quello italiano. La nostra offerta, infatti, è molto frammentata ed il panorama nazionale comprende tante aziende esportatrici. Nel mercato spagnolo, invece, ci sono poche aziende riunite in un’unica associazione (APOEXPA) che gestisce in termini commerciali i volumi in uscita. Difatti, per affrontare i mercati asiatici, ragionare in ottica di singola azienda esportatrice non è pensabile. È necessario, piuttosto, ragionare come sistema Paese. In tal senso occorrerebbe dare priorità alla negoziazione dei protocolli per esportare l’uva da tavola, al momento in secondo piano rispetto ad altre colture. Per far questo, però, è indispensabile un intervento concreto da parte del Ministero delle Politiche Agricole. Personalmente sono stato in Cina tre mesi per scrivere la mia tesi di laurea improntata proprio sul ruolo del “Made in Italy” agroalimentare nel mercato cinese. Durante questo periodo ho compreso quanto sia fondamentale - prima di avviare qualsiasi tipo di collaborazione commerciale con un nuovo mercato - conoscere profondamente la cultura del Paese a cui vogliamo rivolgerci, al fine di evitare operazioni commerciali fallimentari. Inoltre non dovremmo mai perdere di vista il fatto che la Cina è il primo Paese produttore al mondo di uva da tavola.

     

    In conclusione, dunque, come definirebbe questa stagione per le precoci?
    Dire negativo o positivo non è facile, nelle prime settimane abbiamo sofferto, poi ad agosto i consumi si sono mossi, anche se a condizioni non corrispondenti alla qualità del prodotto in campo. A mio avviso, come comparto produttivo italiano, dovremmo lavorare maggiormente per impiantare al più presto delle varietà nostrane. Purtroppo una delle più gravi criticità del nostro comparto è rappresentata dal fatto che le cultivar che produciamo sono selezionate in ambienti con condizioni pedoclimatiche diverse dalle nostre: i breeder sono, infatti, per lo più spagnoli o californiani. L’Italia, al contrario, si è sempre contraddistinta per un ritardo significativo nell’ambito della ricerca varietale. Oggi, però, si sta lavorando duro per recuperare questo ritardo e ci sono diversi gruppi di ricerca nati con l’obiettivo di dare vita a nuove varietà. Come Fruits Land abbiamo aderito a due progetti:

    • Italian Variety Club, un contratto di rete in cui diverse aziende commerciali e un comitato tecnico-scientifico lavorano alla ricerca di nuove varietà italiane;
    • Nu. Va. U.T., un consorzio di aziende che investe nella ricerca pubblica grazie ad una partnership con il CREA.

    La ricerca necessita di tempo, ma occorre fare i primi passi per porre le basi e ottenere nuove apirene che siano al 100% italiane: sono molto fiducioso a riguardo.

     

    Autore: Ilaria De Marinis

    ©uvadatavola.com


     

     

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