Focus

    Venerdì, 02 Ottobre 2020 14:56

    Seedless e vecchie cultivar: non c'è competizione

    Italia Fruit News stamattina, venerdì 2 ottobre 2020, ha realizzato un confronto online dal titolo: “Uva da tavola, tutti i nodi del mercato”.

    Alla chiacchierata hanno preso parte: Massimiliano Del Core - Presidente Commissione Uva da Tavola -, Andrea Peviani - Gruppo Peviani -, Diego Bussani - Pam Panorama - e Roberto Della Casa - Università di Bologna -.

    Molto interessanti sono state le riflessioni del Prof. Della Casa, che sintetizziamo e rielaboriamo di seguito. Clicca qui per guardare il video completo.

     

    Gusto e caratteristiche del prodotto dipendono dall’areale, ma questo non dovrebbe essere un alibi per non standardizzare la qualità.

     

    Qualità e standardizzazione
    La qualità del prodotto è l’elemento fondamentale da tenere in considerazione. La gente non smette di comprare un prodotto perché una sola volta trova qualcosa che non va, ma se ritrova frequentemente prodotti non rispondenti alle promesse ricevute. Questo perché il consumatore ha imparato ad acquistare meno e meglio, è più informato di un qualsiasi altro buyer. Perciò non dobbiamo mai disattendere le aspettative che il consumatore ha rispetto al prodotto. Con il Covid, inoltre, sono diminuiti i tempi di permanenza nei supermercati, questo significa che l’acquirente ha meno tempo per decidere cosa comprare. Pertanto la presenza di un solo acino visibilmente malandato potrebbe compromettere l’acquisto del prodotto uva.

    Dobbiamo essere in grado di proporre sempre uno stesso standard qualitativo, per consentire al consumatore di ricomprare il prodotto e rivivere di volta in volta la stessa esperienza gustativa positiva. Certamente il gusto e le caratteristiche olfattive del prodotto dipendono dall’areale, ma questo non dovrebbe essere un alibi per non standardizzare la qualità. Ovviamente sono ammesse oscillazioni, il nostro palato non percepisce minime differenze di uno o due °Brix, ma si accorge e come se prima assaggia un prodotto con 16 °Brix e poi con 11°Brix. Al di sotto di un certo grado zuccherino non dovremmo proprio poter consentire di presentare il prodotto in vendita, dobbiamo mettere in commercio solo prodotti che mangeremmo noi per primi.

    In Foto il professor RobertoDella Casa 

     

    A proposito di nuove e vecchie varietà
    Se pensiamo che l'uva Italia possa competere sul mercato internazionale con l'uva senza semi e con le nuove varietà, ci sbagliamo. Il calibro elevato, la presenza di semi ed il sapore particolare dovrebbero suggerirci di vendere questo tipo di prodotto come una “specialità” e le specialità vanno raccontate, narrate e spiegate. L’uva Italia non è un prodotto che si presta alla “snackizzazione”, operazione per cui sono perfette le uve senza semi. Per questo dovremmo comprendere che le seedless sono prodotti che non entrano in competizione con il frutto tradizionale, che viene consumato solitamente a fine pasto.

    Le seedless, se gestite correttamente nella fase di vendita, potrebbero aiutarci ed aumentare le occasioni di consumo. Per noi italiani mangiare camminando lungo la strada è quasi sconcertante, ma nei Paesi anglosassoni è la normalità. Aumentare le occasioni di consumo vuol dire creare nuovi consumatori. Questo significa presentare sul mercato un prodotto nuovo, che non cannibalizza le vecchie varietà, ma che entra in competizione con il mercato delle merendine. Dobbiamo aumentare le chiavi di segmentazione.

     

    Gestire l’innovazione varietale
    L'innovazione varietale è bellissima, ma va governata. Nel pomodoro, ad esempio, c’è stato un enorme ricambio varietale, ma chi se n'è accorto? Nessuno. I supermercati continuano a vendere unicamente pomodoro ciliegino. Se abbiamo 400 varietà di pesche non possiamo pensare che il consumatore riesca ad imparare tutti i nomi e le caratteristiche solo perché cerco di fare “pubblicità”. Il marketing del vino funziona, ma stiamo parlando di un prodotto per appassionati, disposti a spendere molto. Dovremmo farci guidare da quanto accaduto con il kiwi in Nuova Zelanda.

    Anni fa ricercatori neozelandesi hanno studiato in Italia le tecniche di produzione dell’actinidia, ma la Nuova Zelanda, oggi, produce solo due varietà di kiwi: una gialla ed una verde. Ecco, dovremmo imparare a segmentare con efficienza rendendo le cose effettivamente praticabili e funzionali per produttori e consumatori. Dalla nostra possiamo affermare che le basi ci sono: quando nel mondo si parla di pomodoro e uva da tavola si parla di Italia e questo è il nostro biglietto da visita che dovremmo sfruttare sempre di più.

     

    Autore: Teresa Manuzzi 

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